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Roghudi
Già nel XVI secolo il suo nome appare nei documenti ufficiali. Il termine Roghudi deriva dal greco e significa “pieno di crepacci”, quasi a voler rimarcare il luogo in cui sorge questo paesino ai piedi dell’Aspromonte. Uno sperone roccioso solitario che si erge tra le bianche ghiaie della fiumara Amendolea. Arrivarci non è facile. La strada più battuta è quella che da Melito porto salvo porta fino a Roccaforte del greco. Da li una strada sterrata in discesa lunga otto chilometri porta nel cuore della storia di questo scorcio della provincia reggina. Anticamente sede di un insediamento greco, fu un casale della baronia di Amendolea. Possedimento di questa famiglia fin verso la fine del XV secolo, registrò in seguito diversi passaggi di proprietà, venendo assegnata ai Malda de Cardona, agli Abenavoli, ai Martirano, ai de Mendoza e ai Ruffo di Bagnara Calabra, che la tennero fino all’abolizione del feudalesimo. Gravemente colpita dal terremoto della seconda metà del Settecento, è stata poi abbandonata dalla popolazione, a causa delle frane inarrestabili. L’alluvione del Settanta rappresenta il peggior momento della storia di Roghudi e Ghorio, in quanto, dopo secoli di resistenza presso i vecchi centri abitati, furono costretti ad andarsene, causa le frane inarrestabili. Così il sedici Febbraio del 1971 il Sindaco Angelo Romeo, firmava l’ordinanza con la quale imponeva lo sgombero di tutte le famiglie presenti a Roghudi, per pericolo.

Un posto, la vecchia Roghudi, dove ancora piccoli si incominciava ad apprendere l’arte della pastorizia e dell’agricoltura. In paese fino a qualche tempo fa si parlava il greco,una lingua che ha mantenuto la sua vitalità anche se le zone sono state oggetto di diverse influenze (Greca, Romana,Bizantina etc.), e di diverse occupazioni. Poco distante da Roghudi si trova la frazione di Ghorio, un piccolo nucleo di case ormai anch’esse abbandonate. Tutta l’area è ammantata di leggenda. Proprio da Ghorio è possibile scorgere un grosso masso con delle groppe “La rocca del Drago”. I racconti vedono in quelle groppe, delle piccole caldaie “i Caddareddhi”, che servivano al nutrimento del drago,custode di un tesoro, la cui testimonianza è affidata ad una roccia poco più lontano. La leggenda racconta che il drago, oltre ad essere cieco era custode di un tesoro, il quale veniva assegnato, a chi riusciva a superare una prova di coraggio. Questa prova consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile: un bambino appena nato,un capretto e un gatto nero ,senza nemmeno un pelo bianco. Per secoli nessuno si sognò di sfidare il drago, fino al giorno in cui in paese nacque un bambino malformato, l’ostetrica lo avvolse in un panno e lo consegnò a due uomini perché se ne sbarazzassero. Ma costoro vedendosi tra le mani quella povera creatura si ricordarono della leggenda e lestamente si procurarono anche il capretto e il gatto nero. Tutto era pronto per il sacrificio, uccisero il capretto e il gatto nero, ma quando arrivò il turno del bambino, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò, quegli sciagurati contro le rocce uccidendo uno di essi. Da allora nessuno pensò più al presunto tesoro, anche perché l’uomo sopravvissuto alla tempesta fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte.

Altra leggenda è quella delle “anarade”. Secondo gli anziani abitanti di Roghudi, le anarade erano delle donne aventi i piedi a forma di zoccoli come i muli e vivevano nella contrada di “Ghalipò”, proprio di fronte Roghudi. Le anarade, cercavano di attirare le donne del paese, affinché si recassero al fiume a lavare i panni, con l’intento di ucciderle, così gli uomini del paese potevano accoppiarsi solo con loro. Si racconta che le anarade, per attirare le donne, usavano ogni strategia, come per esempio la trasformazione della voce. Per proteggersi dalle anarade gli abitanti del paese, fecero costruire tre cancelli, collocandoli in tre differenti entrate: uno a “Plachi”, “uno a Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea”, che in effetti ancora esistono.

Roghudi fin dalla sua origine ha avuto un’economia basata sulla pastorizia. I pastori si dedicavano all’allevamento di pecore e capre, mentre i bovini venivano prevalentemente utilizzati per trainare l’aratro usato per i lavori di dissodamento del terreno e la sua preparazione per la semina. Diffusa era la migrazione stagionale (la cosiddetta transumanza), quando le greggi rimanevano nelle vicinanze del paese dal mese di ottobre a maggio e a giugno venivano trasferite nelle zone montane dell’Aspromonte ricche di foraggio. L’agricoltura a causa della forte montuosità era poco praticata.
La pesca, come la caccia, era praticata fin dai tempi più remoti. La forma principale era però quella della pesca di trote presso il fiume Amendolea, mentre i cacciatori si dedicavano non solo a cacciare animali selvatici di cui era molto ricca la zona, ma soprattutto alla caccia del cinghiale con i cani addestrati dagli stessi cacciatori.

L’artigianato roghudese, è stato sempre legato alla storia,alle tradizioni, alla vita della gente. Dal telaio a mano, allo scalpello, al tornio a ruota, col coltellino, nascono unici e irripetibili oggetti artistici-tradizionali,espressione della vita contadina e rurale.  Il legno dei boschi è stato sempre la più importante risorsa per la fabbricazione di coppe, cucchiai, bastoni e quant’altro. Oltre alla lavorazione del legno la produzione artigianale era rappresentata dalla tessitura a telaio ormai quasi scomparsa. (fonte testo: internet)