@scogliodell’ulivo

Lo Scoglio dell’Ulivo si trova nella cosiddetta tonnara di Palmi in uno dei tratti più belli della Costa Viola. Una piccola roccia-isoletta che sorge a pochi metri dalla costa, ma che non è legato ad essa, alla cui sommità è nata e cresciuta una pianta di olivo. In dialetto a “Luvareddhra”.  “Il tronco e la stessa pianta costituiscono una sorta di monumento naturale che da sempre ha connotato lo scoglio che da tale pianta ha appunto preso il nome di “Scoglio dell’Ulivo”. La pianta è un naturale “unicum scultoreo”, con giochi di vuoto e di pieno, di luci e di trasparenze, formati dal particolare intreccio dei suoi rami, dalle sue radici e dal medesimo tronco contorto e levigato dal tempo, impreziosito dalla materia plasmata dalla natura, incontrastata per secoli, fatta di vento, salsedine, sole e pioggia. A seguito di appositi sopralluoghi, eseguiti sullo Scoglio Dell’Ulivo, è emerso in maniera assolutamente chiara che il legno della vecchia pianta, ormai secca da oltre trenta anni, è gravemente deteriorato da processi naturali che nel tempo hanno comportato la perdita di materiale ligneo. Verosimilmente tale perdita dovuta a carie e/o ad aggressione da parte di insetti, ivi comprese le formiche, presenti, numerosissime, sul posto. Il tronco ed i rami, inoltre presentano evidenti lesioni e fessurazioni che li attraversano spesso da parte a parte. Nello scoglio posto fra la terraferma ed il suddetto “Scoglio dell’Ulivo”, nel corso del XX secolo si è sviluppato anche su di esso una pianta di olivo. La giovinezza di tale pianta è dimostrata delle cartoline di inizio novecento nelle quali tale pianta non è presente. In questo periodo di circa un secolo di vita la pianta ha formato un tronco con ceppaia di circa un sesto rispetto a quella più famosa e antica.” (fonte wikipedia)

@castellosanniceto

Il castello di San Niceto, visibile anche dalla statale jonica reggina è una fortificazione di età bizantina risalente all’XI secolo. Costruito sulla rocca sopra Motta San Giovanni, da cui è possibile osservare gran parte del mare jonio, rappresenta uno dei pochi esempi di architettura alto medievale nella zona del reggino. Per anni abbandonato all’incuria e alle intemperie. Oggi rivive antichi splendori soprattutto durante la stagione estiva, quando è meta di appuntamenti di carattere culturale, anche internazionale.
Tornando alle sue origini, come molte delle fortificazioni esistenti nell’area, il castello di san Niceto o sant’Aniceto, nacque in primis come punto di avvistamento e rifugio per la popolazione residente lungo la costa che si ritirava su quelle montagne all’avvistamento all’orizzonte dei saraceni. Secoli dopo, quando l’intero territorio calabrese passò sotto la dominazione normanna, anche la vecchia fortezza venne ristrutturata ed ampliata con la costruzione di due torri rettangolari. Era l’anno 1050.
Successivamente il castello crebbe per importanza tanto che i documenti del tempo, parlano attorno al XII secolo della fortezza come di un fiorente centro di comando, al centro della guerra tra Angioini ed Aragonesi. Nel 1321, narra la storia, passò infine sotto il dominio degli angioini. Nei secoli successivi Santo Niceto divenne baronia con potere sui territori di Motta San Giovanni e Montebello, per poi perdere progressivamente il suo posto e cederlo a Reggio, con la vittoria finale degli Aragonesi e la distruzione della fortezza per mano del duca Alfonso di Calabria.
Tra le curiosità va annoverata l’origine del nome. In quel tempo nella dirimpettaia Sicilia era diffusa la devozione a San Niceta vissuto tra il VII e l’VIII secolo. Leggenda vuole che furono proprio profughi dell’isola sbarcati in Calabria ad aver dato vita all’originaria struttura con la collaborazione delle popolazioni locali. La pianta attuale del castello, in parte ristrutturato, è regola e ricorda quella di una nave. All’ingresso, due grandi torri quadrate, circondano l’entrata. Le mura, ancora visibili sono alte anche oltre tre metri e spesse quasi uno. Ancora in buono stato di conservazione il sentiero che circonda la roccia, da cui è possibile vedere il mare sottostante. (fonte: wikipedia)

 

@pietracappa

Se è vero che tipica dei pendii aspro montani è la presenza della grandi rocce, Pietra Cappa per la sua imponenza è divenuta ormai una dei simboli per eccellenza del Parco, conosciuta da tutti gli appassionati di escursionismo d’Europa. È lei a dominare quella che le guide hanno ribattezzato la vallata delle Grandi Pietre. Tra castagni, lecci, mirto ed eriche si ergono in questa zona raggiungibile da Natile Vecchio i grossi monoliti. Le Rocce di San Pietro, Pietra Tonda, e altre ancora tutte con grotte ed anfratti che richiamano ai paesaggi della Cappadocia. Non un caso forse che proprio dall’Oriente qui durante il Medioevo, molti eremiti basiliani, vennero a trovare silenzio e solitudine. Spesso ancora è possibile ammirarne i resti come nel caso della chiesetta di San Giorgio, poco lontano dal casello della Forestale. Punto di riferimento per i vecchi eremiti di cui oggi restano solo pochi ruderi. Alcuni elementi invece sono stati conservati nel Museo della Magna Grecia di Reggio e nel Santuario della Madonna di Polsi. Pietra Cappa con i suoi oltre 100 metri di altezza, da sempre vive avvolta nella leggenda. Diverse sono le versioni esistenti, anche se fondamentalmente legate al bene e al male. Come in molte altre storie da queste parti, si dice che il male sia stato rinchiuso all’interno della roccia per non poterne uscire mai più. Si narra ad esempio che lo stesso Gesù venne perseguitato dal demonio fin quando questo ultimo venne ricacciato proprio nei freddi e scuri anfratti della roccia per sempre. Altra storia è quella legata sempre alla  tradizione cristiana, per cui un giorno, Gesù con i suoi discepoli si fermò sulla costa Jonica reggina. Presi dalla sete e dalla fame dopo tanto peregrinare, San Pietro si rivolse al Maestro che, confidando nell’aiuto del Padre, ordinò ai suoi discepoli di prendere un sasso e portarlo fino al fiume. San Pietro, portò lui un sasso piccolo. Sul greto del fiume, il povero Pietro vide punita la sua malizia, quando gli altri che con fatica avevano raccolto e trasportato massi ben più grandi, si trovarono tra le mani grandi e calde pagnotte. Il Maestro però voleva essere sicuro che Pietro avesse imparato la lezioni e ordinò nuovamente ai suoi discepoli di raccogliere le pietre. Questa volta Pietro scelse un masso pesantissimo. A sera la seconda lezione, quando le rocce vennero indicate dal Maestro per giaciglio. Fu allora, narra la leggenda, che Pietro chiese lui di far rimanere quella pietra lì per l’eternità. La pietra gonfiò tanto da assumente le proporzioni del monolite che oggi tutti conosciamo. Ammantato di storia e leggenda anche l’origine del nome di Pietra Cappa che molti indicherebbero in una traduzione di cono rovesciato. Il viaggio per arrivare a vedere da vicino questa meraviglia, non è certo breve, ma ne vale la pena. Quasi due ore di macchina da Reggio Calabria, poi su verso Platì e poi Natile Vecchio. Un vecchio borgo tutto da riscoprire. Poi ancora in auto fino alle grandi scale di roccia. Da li il viaggio a piedi in un sottobosco che muta incredibilmente al cambiare della luce. Piccolo momento di ristoro con l’acqua della fontana vicino al casello della forestale, quindi l’ultima salita fino alla cima della vallata delle Grandi Pietre.

@costaviola

“Non ho mai avuto occasione di ammirare la magica fata Morgana dello Stretto di Messina quando, in determinate condizioni atmosferiche, palazzi fantasmagorici di meravigliose forme appaiono sulle acque – non riflessi, ma come sorti dal mare; quasi intangibili, eppur diafani come un velo….” Norman Douglas da Vecchia Calabria

@fiumare

Fiumare
Strisce insidiose di terra sabbiosa e acqua che da sempre segnano il quotidiano di questo territorio, oggi come ieri sono l’emblema di questo lembo di terra. Secche d’estate, in piena d’inverno, hanno sempre rappresentato quando ancora la civiltà era lontana, così come oggi la intendiamo, la strada preferita, il sentiero più facile da percorrere per muoversi dal mare verso le colline. Li dove sorgevano al riparo dalle incursioni dei pirati, le antiche roccaforti. Vecchie, alte mura raccontano ancora oggi in tutta la zona, quel senso di sicurezza e comunità in un territorio affacciato sul mare ma che la storia ha segnato per tradizioni quasi fosse un luogo di montagna. Era l’unico punto al riparo per difendere la gente. La fiumara, l’unica strada facilmente percorribile.

 

 

 

la photogallery

@roghudi

Roghudi
Già nel XVI secolo il suo nome appare nei documenti ufficiali. Il termine Roghudi deriva dal greco e significa “pieno di crepacci”, quasi a voler rimarcare il luogo in cui sorge questo paesino ai piedi dell’Aspromonte. Uno sperone roccioso solitario che si erge tra le bianche ghiaie della fiumara Amendolea. Arrivarci non è facile. La strada più battuta è quella che da Melito porto salvo porta fino a Roccaforte del greco. Da li una strada sterrata in discesa lunga otto chilometri porta nel cuore della storia di questo scorcio della provincia reggina. Anticamente sede di un insediamento greco, fu un casale della baronia di Amendolea. Possedimento di questa famiglia fin verso la fine del XV secolo, registrò in seguito diversi passaggi di proprietà, venendo assegnata ai Malda de Cardona, agli Abenavoli, ai Martirano, ai de Mendoza e ai Ruffo di Bagnara Calabra, che la tennero fino all’abolizione del feudalesimo. Gravemente colpita dal terremoto della seconda metà del Settecento, è stata poi abbandonata dalla popolazione, a causa delle frane inarrestabili. L’alluvione del Settanta rappresenta il peggior momento della storia di Roghudi e Ghorio, in quanto, dopo secoli di resistenza presso i vecchi centri abitati, furono costretti ad andarsene, causa le frane inarrestabili. Così il sedici Febbraio del 1971 il Sindaco Angelo Romeo, firmava l’ordinanza con la quale imponeva lo sgombero di tutte le famiglie presenti a Roghudi, per pericolo.

Un posto, la vecchia Roghudi, dove ancora piccoli si incominciava ad apprendere l’arte della pastorizia e dell’agricoltura. In paese fino a qualche tempo fa si parlava il greco,una lingua che ha mantenuto la sua vitalità anche se le zone sono state oggetto di diverse influenze (Greca, Romana,Bizantina etc.), e di diverse occupazioni. Poco distante da Roghudi si trova la frazione di Ghorio, un piccolo nucleo di case ormai anch’esse abbandonate. Tutta l’area è ammantata di leggenda. Proprio da Ghorio è possibile scorgere un grosso masso con delle groppe “La rocca del Drago”. I racconti vedono in quelle groppe, delle piccole caldaie “i Caddareddhi”, che servivano al nutrimento del drago,custode di un tesoro, la cui testimonianza è affidata ad una roccia poco più lontano. La leggenda racconta che il drago, oltre ad essere cieco era custode di un tesoro, il quale veniva assegnato, a chi riusciva a superare una prova di coraggio. Questa prova consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile: un bambino appena nato,un capretto e un gatto nero ,senza nemmeno un pelo bianco. Per secoli nessuno si sognò di sfidare il drago, fino al giorno in cui in paese nacque un bambino malformato, l’ostetrica lo avvolse in un panno e lo consegnò a due uomini perché se ne sbarazzassero. Ma costoro vedendosi tra le mani quella povera creatura si ricordarono della leggenda e lestamente si procurarono anche il capretto e il gatto nero. Tutto era pronto per il sacrificio, uccisero il capretto e il gatto nero, ma quando arrivò il turno del bambino, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò, quegli sciagurati contro le rocce uccidendo uno di essi. Da allora nessuno pensò più al presunto tesoro, anche perché l’uomo sopravvissuto alla tempesta fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte.

Altra leggenda è quella delle “anarade”. Secondo gli anziani abitanti di Roghudi, le anarade erano delle donne aventi i piedi a forma di zoccoli come i muli e vivevano nella contrada di “Ghalipò”, proprio di fronte Roghudi. Le anarade, cercavano di attirare le donne del paese, affinché si recassero al fiume a lavare i panni, con l’intento di ucciderle, così gli uomini del paese potevano accoppiarsi solo con loro. Si racconta che le anarade, per attirare le donne, usavano ogni strategia, come per esempio la trasformazione della voce. Per proteggersi dalle anarade gli abitanti del paese, fecero costruire tre cancelli, collocandoli in tre differenti entrate: uno a “Plachi”, “uno a Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea”, che in effetti ancora esistono.

Roghudi fin dalla sua origine ha avuto un’economia basata sulla pastorizia. I pastori si dedicavano all’allevamento di pecore e capre, mentre i bovini venivano prevalentemente utilizzati per trainare l’aratro usato per i lavori di dissodamento del terreno e la sua preparazione per la semina. Diffusa era la migrazione stagionale (la cosiddetta transumanza), quando le greggi rimanevano nelle vicinanze del paese dal mese di ottobre a maggio e a giugno venivano trasferite nelle zone montane dell’Aspromonte ricche di foraggio. L’agricoltura a causa della forte montuosità era poco praticata.
La pesca, come la caccia, era praticata fin dai tempi più remoti. La forma principale era però quella della pesca di trote presso il fiume Amendolea, mentre i cacciatori si dedicavano non solo a cacciare animali selvatici di cui era molto ricca la zona, ma soprattutto alla caccia del cinghiale con i cani addestrati dagli stessi cacciatori.

L’artigianato roghudese, è stato sempre legato alla storia,alle tradizioni, alla vita della gente. Dal telaio a mano, allo scalpello, al tornio a ruota, col coltellino, nascono unici e irripetibili oggetti artistici-tradizionali,espressione della vita contadina e rurale.  Il legno dei boschi è stato sempre la più importante risorsa per la fabbricazione di coppe, cucchiai, bastoni e quant’altro. Oltre alla lavorazione del legno la produzione artigianale era rappresentata dalla tessitura a telaio ormai quasi scomparsa. (fonte testo: internet)

 

@pentedattilo

Pentedattilo
Posto a 250 metri s.l.m. Pentedattilo sorge arroccato sulla rupe del Monte Calvario, dalla caratteristica forma che ricorda quella di una ciclopica mano con cinque dita, e da cui deriva il nome: penta + daktylos = cinque dita. Sfortunatamente alcune parti della montagna sono crollate ed essa non presenta più tutte e cinque le “dita” ma rimane comunque un posto affascinante e pieno di mistero, uno dei centri più caratteristici dell’Area Grecanica. Quello che era l’antico paese è risultato, fino a pochi anni or sono, quasi del tutto abbandonato: la popolazione era infatti migrata leggermente più a valle formando un nuovo piccolo centro dal quale si poteva ammirare il vecchio paese fantasma

La storia
Prima colonia calcidese nel 640 a.c., fu fiorente centro economico della zona; poi strategico centro militare per la sua posizione di controllo sulla fiumara Sant’Elia, strada privilegiata per raggiungere l’Aspromonte. Poi fu il momento dei saccheggi al tempo dei saraceni. Quindi nel XII secolo, conquista normanna e, con molte delle terre vicine una baronia affidata alla famiglia Abenavoli dal re Ruggero d’Altavilla.
Col passare del tempo l’egemonia feudataria degli Abenavoli si restrinse e il governo del paese passò prima alla nobile famiglia reggina dei Francoperta, quindi venduto all’asta dal Sacro Regio Consiglio per 15.180 ducati alla famiglia degli Alberti insieme al titolo di marchesi. Ed è qui che la storia diventa leggenda.

La strage
E’ la strage degli Alberti. Protagonisti di questa terribile vicenda furono i membri di due nobili famiglie; quella degli Alberti, marchesi di Pentedattilo, e quella degli Abenavoli, baroni di Montebello Ionico ed ex feudatari di Pentidattilo. Fra le due famiglie per lungo tempo vi era stata un’accesa rivalità per questioni relative a confini comuni; ma nell’anno 1860 narra la storia che le tensioni fra le due casate sembravano andare scemando. In quel periodo il barone Bernardino, capostipite della famiglia Abenavoli, aveva deciso di prendere in moglie Antonietta, figlia del marchese Domenico Alberti. Quest’ultimo morì nel 1685. Al suo posto gli succedette il figlio Lorenzo, che alcuni mesi dopo la morte del padre sposò Caterina Cortez, figlia del Viceré di Napoli. In occasione proprio di questo matrimonio, da Napoli giunse in Calabria un lungo e sontuoso corteo, che tra i suoi ospti contava anche il Viceré con la moglie e il figlio Don Petrillo Cortez. Fu proprio in questa occasione che Don Petrillo conobbe Antonietta. Complice anche una malattia, rimase a lungo nel vecchio borgo di Pentedattilo, innamorandosi perdutamente della ragazza. Qualche tempo dopo chiese dunque a Lorenzo di poter sposare Antonietta ed il marchese Alberti acconsentì alle nozze della sorella.
La notizia del fidanzamento mandò però su tutte le furie il barone Bernardino Abenavoli che, ferito nei sentimenti e nell’orgoglio, decise di vendicarsi. Così nella notte del 16 aprile 1686 Bernardino, grazie al tradimento di Giuseppe Scrufari, servo infedele degli Alberti, si introdusse all’interno del castello di Pentedattilo con un gruppo di uomini armati. Uccise nel sonno Lorenzo sparandogli prima e poi finendolo con 14 pugnalate. Assieme al suo manipolo di uomini poi prese d’assalto il castello uccidendo gran parte degli occupanti compreso Simone Alberti, fratellino di 9 anni di Lorenzo.
Dopo la strage Bernardino trascinò nel suo castello a Montebello Ionico l’ostaggio Don Petrillo Cortez e l’amata Antonietta, che sposò nella chiesa di San Nicola il 19 aprile 1686. La notizia della strage in pochi giorni però giunse al Governatore di Reggio, e allo stesso Viceré Cortez che inviò una vera e propria spedizione militare. L’esercito, sbarcato in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli, liberò il figlio del Viceré e catturò sette degli esecutori della strage (compreso lo Scrufari), le cui teste furono tagliate ed appese ai merli del castello di Pentedattilo.
Il barone Abenavoli, grazie a vari espedienti e appoggi, riuscì a sfuggire alle truppe del Viceré insieme ad Antonietta e, dopo aver affidato la moglie ad un convento, scappò prima a Malta ed in seguito a Vienna dove entrò nell’esercito austriaco. Avrebbe trovato la morte il 21 agosto del 1692, ucciso durante una battaglia navale.
Antonietta Alberti, il cui matrimonio con Bernardino fu annullato dalla Sacra Rota nel 1690 perché contratto per effetto di violenza, finì i suoi giorni nel convento di clausura di Reggio Calabria, consumata dal dolore e dell’angoscia di essere stata lei l’involontaria causa dell’eccidio della sua famiglia. Tante le leggende che attorno a questa strage hanno preso vita ai piedi della roccia di Pentedattilo. La più comune, arrivata ai giorni nostri, racconta proprio che quel colore rosso intenso che ammanta la roccia dalla forma di una mano al tramonto sia proprio il colore del sangue della mano del barone Abenavoli. Di certo c’è che ancora oggi nelle lunghe e buie notti di inverno quando il vento sale dal mare lungo la fiumara, sembra ancora di sentire le urla di quella notte di sangue.

La rinascita del borgo
Nel secolo successivo la strage, esattamente nel 1783 Pentedattilo fu gravemente danneggiato da un devastante terremoto, e in seguito al sisma iniziò un costante flusso migratorio verso Melito Porto Salvo che perdurò sino al periodo risorgimentale; proprio a causa dello spopolamento nel 1811 il comune fu trasferito a Melito Porto Salvo e Pentedattillo ne divenne frazione. A metà degli anni sessanta il paese fu completamente abbandonato fino ai primi anni ottanta, quando fu riscoperta da giovani ed associazioni. Iniziò così un lento cammino di recupero ad opera di volontari provenienti da tutta Europa. Solo ultimamente nel borgo sta risorgendo una serie di attività: artigiani locali hanno aperto alcune botteghe per la vendita dei propri prodotti, ed è presente un ristorante. Il parziale ripristino del borgo ha compreso il rifacimento della pavimentazione della stradina principale ed il restauro di alcuni edifici.Ogni estate Pentedattilo è tappa fissa del festival itinerante Paleariza, importante evento della cultura grecanica nel panorama internazionale. Inoltre ospita tra agosto e settembre il Pentedattilo Film Festival, festival internazionale di cortometraggi, che unisce magicamente cinema e territorio.

 

 

@grottetremusa

Le grotte di Tremusa

Melia di Scilla e Solano in Aspromonte sono due delle frazioni del territorio reggino, note sin dall’antichità. Ai tempi dei Romani, trovavano spazio nelle cronache del tempo perché sito di passaggio della via Popilia, quella per intenderci dove erano dislocate le stazioni della posta. Da Solano, sito anche della dogana per chi si dirigeva verso lo Stretto, il passaggio attraverso il torrente Favazzina, portava fino a Melia. Obbligo per chi arrivava in questo luogo, il passaggio in quelle che ancora oggi sono chiamate le grotte di Tremusa. Piccole gallerie che qualcuno voleva rifugio dei briganti ma dall’indubbio fascino. Esse vennero esplorate per la prima volta dagli speleologi bolognesi del Cai nel 1984. Tanti quelli che successivamente sono entrati a caccia di qualche segreto nascosto, animati più dalla curiosità che da spirito scientifico. Le Grotte di Tremusa o anche dette anche di Lamia, sono ricche di Stalattiti e Stalagmiti. Leggenda vuole che “ Lamia”, il secondo nome di queste caverne, fosse un mostro con il volto di donna e corpo di serpente che si credeva succhiasse il sangue ai bambini. Il suo nome Tremusa invece avrebbe il significato di Tre Muse. Qualcuno dice che proprio all’interno dei cunicoli fossero nascoste delle statue. Probabile invece la presenza al tempo di monaci basiliani. Di certo è che l’origine di queste grotte risale alla notte dei tempi. Ancora oggi è possibile vedere numerosi fossili, simili a quelli presenti nelle campagna di Terreti. Conchiglie che a volte si presentano in maniera solitaria, altre in averi e propri accumuli. Indubbiamente un luogo che val bene una gita fuori porta.

@bova

La storia di Bova

Il comune di Bova è arroccato sul versante orientale dell’Aspromonte a 915 metri sul livello del mare e a 9 km da Bova Marina. Le sue origini sono antichissime come testimoniano i ritrovamenti risalenti ad epoca neolitica. Proprio queste testimonianze fanno pensare che le rocche del castello ospitarono un insediamento umano di età preistorica. Così come i numerosi elementi di fattura certamente greca, del primo periodo di colonizzazione, testimonierebbero la presenza di antichissime comunità. Va detto infatti che nell’VIII e VI secolo a c, nell’ambito del vasto movimento migratorio dalla Grecia verso occidente, sorsero lungo la fascia costiera ionica calabrese numerosi insediamenti e colonie. Narra la leggenda che Bova venne fondata da una regina greca che, sbarcata lungo la costa, è risalita verso l’interno fino a scegliere quale sua dimora la cima del colle di Bova, proprio dove ora sorge l’antico castello. La storia racconta di continue incursioni da parte dei pirati sulle coste dello Jonio reggino, tanto da spingere le popolazioni sempre più verso l’entroterra. Incursioni che si facevano sempre più feroci. Pian piano anche le fortezze di montagna divennero preda dei pirati. Tra queste anche Bova. Con la dominazione normanna anche questo comune entrò nel periodo feudale. Antichissima sede vescovile, nel 1577 Bova fu colpita da una terribile pestilenza. Complice narra la storia di un carico arrivato già infetto dalla peste, e il caldo del periodo, il male si diffuse rapidamente. Arrivò il XVI secolo e Bova tornò preda dei turchi. Vennero realizzate delle nuove torri di guardia guardia lungo tutto il litorale calabrese. Altra data importante nella storia di Bova è il 1783, quando un violento terremoto scosse la vita contadina del luogo. Fu il tempo dei Borboni. E poi nel 1943, il tempo del bombardamento che compromise in maniera importante l’abitato e uccidendo ben 23 cittadini bovesi.

Oggi come ieri, Bova viene considerata la capitale della cultura grecanica in Calabria. Tante le manifestazioni legate alle sue radici. Tra queste la festa patronale di San Leo il 5 di maggio. Così come le feste di agosto in onore della Madonna e di San Rocco. Un’occasione anche per festeggiare i tanti immigrati che per il periodo estivo fanno ritorno a casa anche dall’estero. Tra le leggende degne di nota, va raccontato che una di queste vuole la città di Bova fondata da una regina che in tempi antichi avrebbe salvato le sue genti portandole sul monte Vua. Dal nome latinizzato, Bova appunto, chiamato così perché luogo adatto al ricovero dei buoi. Da qui  nasce lo stemma rappresentante il bue, cui in epoca cristiana, fu aggiunta la figura della Madonna col Bambino. Oggi come ieri tutte le contrade del paese hanno nomi di derivazione greca, come ad esempio: Luppari – Brigha o Bucissà. Altra curiosità tutta moderna però, è la locomotiva di Bova. A vapore e discretamente conservata, vuole rappresentare le ferrovie ed i Bovesi che lavorarono come tali. Ma indubbiamente è la curiosità che suscita nel turista di passaggio, chiamato inconsapevolmente a interrogarsi su come questa sia riuscita a risalire quella montagna, a siglare un’attrazione di successo.

@formaggio

Benvenuti in fattoria
“La terra non ci è data in eredità dai nostri genitori, ma in prestito dai nostri figli” le parole del provierbio masai, incarnano appieno la filosofia della fattoria della piana, cresciuta nel tempo fino a diventare oggi una tra le più grandi realtà produttive del settore di tutta la Calabria. Una cooperativa di allevatori calabresi che si occupa della raccolta e della trasformazione del latte proveniente dalle fattorie dei soci situate tra Aspromonte, Monte Poro, nella Piana di Gioia Tauro, e nel Crotonese. La sua formula vincente: applicare nuove tecnologie a secolari ricette di caseificazione. Oltre ai prodotti freschi di qualità come il fiordilatte, la mozzarella di bufala e soprattutto la ricotta di pecora, la cooperativa produce formaggi tipici di varia qualità e stagionatura utilizzando quel latte che viene raccolto ogni giorno, oggi come tanto tempo fa. Tutti i prodotti sia i tipici stagionati che i freschi vengono quotidianamente distribuiti in Calabria e Sicilia, così come nel resto dell’Italia e del mondo. Inoltre l’azienda vanta diversi propri punti vendita dislocati nella provincia di Reggio Calabria garantendo massima freschezza e genuinità ad ogni singolo prodotto.
L’azienda si è con successo posizionata nel mercato estero vantando discreti numeri in costante crescita e riconoscimenti vari per la propria linea di formaggi tipici tra cui il pecorino Riserva, fiore all’occhiello premiato recentemente nella sezione “Formaggi di nicchia” alla fiera Internazionale “TuttoFood 2009” svoltasi a Milano. Fattoria della Piana rappresenta oggi un modello di filiera completo e si posiziona come primo produttore di formaggi di pecora di tutta la regione Calabria

Produzione
Il cuore dell’azienda è costituito dal caseificio. La cooperativa casearia venne fondata nel 1936.
Una struttura produttiva la cui superficie si estende per oltre mille metri quadri ed è suddivisa in una linea di lavorazione dei formaggi freschi, una per i formaggi a pasta filata. Una terza adibita esclusivamente alla lavorazione formaggi pecorini. I formaggi sono il frutto della lavorazione artigianale del latte, privo di additivi e conservanti, esclusivamente proveniente dagli allevamenti cooperativi, ovini e bovini alimentati su pascoli naturali e con erbe e foraggi rigorosamente scelti tra coltivazioni proprie. La cooperativa si occupa direttamente della coltivazione di circa 200 ettari di terreno, destinato alla produzione di fieno, granturco, sorgo.
Il concime utilizzato è assolutamente biologico ed in grado di restituire al terreno tutti gli elementi nutritivi necessari ad avere produzioni di qualità.
I moderni mezzi agricoli della Fattoria, inoltre, consentono di operare in ogni fase della lavorazione, dall’aratura dei terreni, fino al raccolto e all’insilamento.
I foraggi vengono poi utilizzati per la nutrizione dei capi degli allevamenti, e somministrati in razioni equilibrate e studiate per ottimizzare la qualità del latte prodotto.

L’allevamento

La stalla principale, nel centro aziendale della Fattoria della Piana, ha circa 900 capi, tutte vacche frisone, discendenti da un nucleo originale importato direttamente dall’Olanda.

Tutti i capi vengono sottoposti a rigidi controlli sanitari, e monitorati grazie ad un sistema a collare elettronico, che dai movimenti dell’animale risale al suo stato di salute.
Il processo di mungitura e trasporto del latte all’interno del caseificio avvengono in maniera semiautomatizzata, in modo da evitare qualsiasi contatto diretto con gli operatori o con l’ambiente esterno.
La Cooperativa raccoglie inoltre il latte di altre 30 stalle bovine più piccole e da 50 pastori e allevatori di pecore del Monte Poro, dell’Aspromonte e della Sila crotonese, avvalendosi della secolare tradizione pastorizia dei monti calabresi.
I prodotti vengono sottoposti a continui e rigorosi controlli al fine di offrire qualità e genuinità, nel rispetto del tradizionale gusto calabrese. Proprio per questo motivo ad ulteriore garanzia per il consumatore, è stato realizzato all’interno dell’azienda un Laboratorio controllo qualità che analizza costantemente le caratteristiche qualitative del latte dall’arrivo allo stabilimento. I prodotti freschi – mozzarelle, fiordilatte e ricotta – vengono prodotti nello stesso giorno in cui il latte è munto, Domenica compresa; gli altri prodotti sono stagionati in azienda, sotto strettissimi controlli igienici. Lo scopo è assicurare il rispetto di metodi tradizionali ed artigianali ed insieme delle norme igieniche e di qualità oggi necessarie. Le forme sono trasportate nel locale di stufatura dove vi rimangono alcune ore per asciugarsi. Successivamente vengono trasferite e sistemate nel magazzino di stagionatura. La stagionatura avviene in ambienti ben coibentati, dotati di moderni sistemi di controllo della temperatura, dell’umidità e della aerazione necessarie. Durante il periodo della stagionatura, il formaggio subisce una serie di mutamenti fisici, chimici e microbiologici che si riflettono sulle sue caratteristiche organolettiche. In questo periodo le forme vengono curate, pulite e girate. Queste operazioni avvengono come da tradizione

Impianto biogas
Capitolo a parte di questo racconto merita la centrale di produzione biogas della “Fattoria della Piana”. Un impianto tecnologico che consente alla Fattoria di essere energeticamente autonoma e totalmente ecosostenibile.
Con una potenza elettrica di 998 kW, è la più grande centrale agroenergetica del Centro e Sud Italia.
Il letame e il liquame provenienti dalle stalle, unitamente al siero che rimane come residuo dalle lavorazioni del caseificio, vengono raccolti in due fermentatori, all’interno dei quali, grazie alla tecnologia di miscelazione e riscaldamento, avviene un processo di fermentazione anaerobica che produce biogas, un gas biologico che contiene una percentuale del 55% di metano.
Il biogas così prodotto viene bruciato in un cogeneratore, un motore che produce energia elettrica ed energia termica. L’energia elettrica prodotta è in grado di soddisfare il fabbisogno di 1680 famiglie, e l’energia termica viene utilizzata per i processi produttivi del caseificio, consentendo di risparmiare combustibili fossili.
Attraverso il processo di fermentazione e la combustione del biogas, dunque, tutti gli scarti agricoli vengono trasformati in un’importante fonte energetica, mentre i resti della fermentazione diventano concime organico per le coltivazioni di foraggi, che alimenteranno poi gli allevamenti.
La Fattoria della Piana diventa così un vero e proprio ecosistema autosufficiente, capace di produrre energia dagli scarti dell’industria agroalimentare e zootecnica, e di fornire una opportunità di smaltimento e di valorizzazione di biomasse che da rifiuto possono diventare risorsa e ricchezza per la nostra terra.

Fattoria didattica
La Fattoria della Piana, la più grande fattoria della provincia di Reggio Calabria, affianca all’attività produttiva tradizionale quella ludico-formativa, per far riscoprire ai suoi visitatori il contatto con la natura e gli animali, il profumo e il gusto fresco e genuino dei prodotti tipici legati alla cultura agro-pastorale, uno stile di vita salutare e in armonia con la natura e il rispetto dell’ambiente.
La fattoria diventa così un grande e accogliente “laboratorio all’aperto”, dove si realizza un’esperienza educativa che stimola la naturale curiosità degli alunni e la loro propensione ad “apprendere giocando”.
La proposta didattica si compone di un’ attività teorico-pratica detta “Percorso del latte”, che prevede un’ampia visita guidata nei luoghi della fattoria (la stalla, la sala parto, la sala mungitura, la vitellaia, il caseificio), in modo tale che gli alunni possano comprendere la vita quotidiana dei bovini, nonché i mestieri e le modalità di produzione legate ai prodotti lattiero-caseari.
L’attività pratica del “Percorso del latte” riguarda invece la possibilità per gli alunni di dar da bere ai vitellini, attraverso la sperimentazione semplice e diretta in ambienti adeguatamente sicuri. Inoltre, per i più avventurosi, dopo la pausa pranzo rigorosamente nella Masseria della Piana, a suon di prelibati cibi della tradizione nostrana, è possibile rimanere, fino alle 16,00 quando si potrà assistere “in presa diretta” all’attività di mungitura.

Nella fotosequenza a seguire alcune immagini dei metodi moderni e tradizionali di produzione dei formaggi nelle terre aspromontane